Il Novo Millennio è ormai iniziato ed il computer è il suo profeta.

Quel famoso progresso tecnologico di cui tanto si parla sta infatti apportando enormi cambiamenti nella nostra società.

Il mostro tecnologico (se di mostro è lecito parlare) ha fatto la sua comparsa nella nostra vita attraverso piccole cose, cose utili o cose nei confronti delle quali è stata creata una necessità, alle quali siamo talmente abituati da ritenere primitive o selvagge quelle civiltà che riescono a sopravvivere senza.

Sembra ridicolo pensare che una volta un messo partiva a cavallo (che nell'arco di un giorno percorreva circa sessanta chilometri) per andare a consegnare una lettera a qualcuno che magari non sapeva neppure leggere.

E sembra ancora più ridicolo se consideriamo che oggi basta "cliccare" per entrare nel proprio programma di posta elettronica che gira su internet per spedire una lettera che giungerà all'altro capo del mondo in pochi secondi.

Per non parlare poi di operazioni più comuni, come ad esempio il bucato: azione tanto laboriosa da richiedere addirittura una pomeriggio intero alle massaie dei primi del Novecento, che oggi si risolve nel premere un bottone, asciugatura compresa.

Molte delle innovazioni che ci hanno accompagnato nella nostra evoluzione sono estremamente positive, e ci portano non solo a fare meno fatica ma anche a migliorare sensibilmente il nostro livello di vita.

Certo, una volta che ci si è abituati alla tecnologia diventa difficile staccarsene. Chi di noi sarebbe disposto a tornare a spedire i propri messaggi e le proprie comunicazione tramite messaggeri a cavallo a sessanta chilometri al giorno?

Il problema è che la comodità a cui siamo abituati rischia di rovinarci, in quanto messi di fronte a soluzioni problematiche non riteniamo possibile compiere passi indietro, quasi che questo significhi una mancanza di evoluzione.

Il problema è che spesso la comodità causa delle vittime, soprattutto nel momento in cui si perde il senso della misura. Certi strumenti utili (ma non indispensabili) ci fanno dimenticare che per svariate decine di anni siamo riusciti anche a vivere senza, e diventano nuovi status symbol di una generazione sempre più materiale e sempre meno intellettuale, sempre più legata all'immagine e sempre meno al contenuto.

Ecco allora nascere le nuove nevrosi moderne: giovani e che non possono vivere senza il telefonino (ma attenzione: solo perché "scambiarsi messaggi" è il nuovo imperativo!); videodipendenti dediti allo zapping quotidiano (perché alla televisione non c'è niente, neppure quando ti impegni a cercare qualcosa di interessante); folle di obesi desiderosi di comprare "mini auto", nuovi efficientissimi mezzi di trasporto con i quali andare dalla poltrona del salotto al bagno senza camminare&ldots;

Lo stesso ambiente in cui viviamo è al primo posto nella lista delle vittime della comodità ad oltranza. Eppure molti sono convinti che qualche rinuncia sia necessaria, anche se si tratta di rinunciare, per esempio, alla nostra salute.

Per usare un luogo comune: "Non si può avere tutto dalla vita!".

Certo, un tradizionalista risolverebbe tutto con un luogo comune altrettanto noto: "Si stava meglio quando si stava peggio", ma in realtà siamo di fronte ad un dilemma che rischia di non avere soluzione, in quanto risultato di tutta quella serie di interessi economici e politici del singolo che vanno oltre l'interesse della comunità.

Ecco perché spesso dovendo fare una a riguardo della società futura, si pensa sempre ad un apporto talmente massiccio della tecnologia da rendere l'uomo schiavo di essa e completamente dominato.

Come si può dunque parlare di evoluzione in questi termini? Se per evoluzione, infatti, si intende una lenta ed incessante trasformazione, un processo di mutamenti che ha luogo in maniera continua nel tempo, sicuramente siamo tuttora in una fase di evoluzione, visto che ogni giorno si assiste a qualcosa di nuovo da un amplissimo punto di vista. Ma un fenomeno è da osservare: il sistema dei messaggeri è durato per millenni, quasi senza evoluzione, dagli Egizi al Medioevo. Dalla posta al telex, sono passati meno di 100 anni, e dal telex al telefax meno di trenta, e dal telefax al modem meno di quindici, e dal modem alla posta elettronica è passato decisamente un tiro di schioppo.

La lenta evoluzione a cui ci aveva abituato la rivoluzione industriale sta lasciando il passo ad un'evoluzione molto più frenetica, dai ritmi decisamente impazziti, incapace di prendere fiato.

Ed ecco che appena presa confidenza con il computer, è tutto da rifare perché il nuovo modello più potente ha già surclassato quello vecchio: e non solo, se nel modello vecchio usavamo solo il 50% delle effettive potenzialità del mezzo, nel nuovo modello ne useremo solo il 30%, perché è ancora più evoluto, ma la nostra conoscenza del mezzo stesso è ancora meno approfondita. Il top del paradosso lo raggiungiamo decisamente nel momento in cui ai nostri figli vengono regalati giochi che giocano da soli.

Chi, osservando obiettivamente e pacificamente la situazione per come essa si presenta ai propri occhi, non si farebbe sfiorare dall'idea che la tecnologia possa davvero arrivare a dominare l'uomo? L'aura di catastrofismo che aleggia in molti racconti e romanzi recenti diventa in questo senso assolutamente giustificabile, in quanto altro non è che la previsione di una società futura che parte dall'analisi di quella attuale, una società che tende a giustificarsi in termini di involuzione, cioè di quel processo di mutamenti che invece di portare a forme di vita sempre migliori e più evolute, porta ad un peggioramento delle condizioni medesime, e dunque ad una regressione.

Il problema a questo punto sta nel distinguere cosa è progresso da cosa è regresso, perché spesso ci si trova di fronte a posizioni diverse e addirittura contraddittorie, che alla fine non risolvono il problema, e lasciano tutti insoddisfatti.

Come considerare ad esempio gli estremismi delle sette religiose che istigano al suicidio di massa o dei cittadini scontenti che uccidono all'impazzata, i matrimoni tra perfetti sconosciuti via modem con tanto di sesso artificiale tramite cybertuta, le rovinose bollette telefoniche degli appassionati delle chat-lines? Si tratta sicuramente per ora di eventi che avvengono prevalentemente in America e che ci riguardanon solo perché gli USA sono il nostro modello di riferimento culturale, nonché lo specchio di ciò che saremo fra pochi anni.

Naturalmente si tratta di casi estremi: Internet rappresenta un grosso vantaggio, soprattutto in termini di telelavoro, oltreché in termini di creazione di nuove opportunità per il mercato. Ma quando la stessa rete virtuale non è un'esigenza reale bensì un'esigenza indotta (pensate a quanti utenti "navigano" in Internet per il semplice gusto di passare il tempo la domenica pomeriggio), l'esagerazione tende a farla da padrone: perché ad esempio insieme ai telefonini non vengono pubblicizzati anche i danni che questi provocano al nostro sistema nervoso (come si fa con le sigarette nel momento in cui sulla confezione si riporta la dicitura: "nuocciono gravemente alla salute")?

Ma forse la vera grande libertà dell'uomo del 2000 sarà proprio questo: la volontà e la necessità di fare azioni che egli sa che di sicuro gli faranno del male! Per chi e per che cosa? Chissà, forse per puro masochismo. O magari proprio per quel meccanismo, per quell'autobus che, avendoci portato fin qua, deve necessariamente continuare la sua corsa fino ad un improbabile capolinea, prima di riportarci indietro (se mai riuscirà a farlo&ldots;) e che si chiama progresso.

Fatto sta che la mancanza di moderazione non è sempre positiva (e chi l'ha mai sostenuto? Solo Iannacci nelle sue canzoni "L'importante è esagerare") e da un punto di vista sociale il rischio è proprio quello di un insieme di individui talmente attenti alle proprie esigenze, da perdere il contatto con la società in cui vivono a favore di una società "raccontata" dai più disparati mezzi d'informazione, per arrivare ad una totale mancanza di comunicazione tra gli individui (tematiche ben espresse dalla cinematografia moderna grazie ad autori come Wim Wenders; peraltro che l'individualismo sia il male della presente società lo hanno detto in tanti, anche il papa, anche se molti tendono a non ascoltare certe voci...

Sicuramente il fenomeno della "incomunicabilità metropolitana" non è il risultato della evoluzione tecnologica, ma piuttosto il mancato adeguamento a questa evoluzione, o quantomeno: la mancanza di un giusto impiego del mezzo tecnologico porta agli estremismi tipici di un'involuzione sociale.

E finalmente qualcuno se ne sta rendendo conto, per quanto sia molto più facile fare un danno piuttosto che rimediare . Ma a chi dare la colpa di questi danni?

Un capro espiatorio serve sempre, ma stavolta non possiamo dare alla tecnologia la colpa di tutto. Probabilmente questa situazione è dovuta in buona dose alla mancanza di quella educazione basilare che dovrebbe preparare le nuove generazioni ad un uso corretto della tecnologia, permettendo così loro di adattarsi ai sempre più rapidi cambiamenti.

In questa sede al di là dei cambiamenti sociali presenti, nel bene e nel male, ci si riferisce a quel genere cinematografico che più ha aiutato a descrivere realtà sociali futuribili, cioè il cinema di fantascienza, per cercare di capire come la società si sta muovendo relativamente ad una serie di problematiche attuali molto importanti.

Descrizione dunque di schegge di un possibile futuro, un futuro in cui la tecnologia aiuti il quotidiano, sia che questo si evolva o si involva.

Ma una domanda ci frulla per la testa: cosa succederà un giorno se la tecnologia aiuterà troppo, ed invece di favorire l'uomo a pensare cose migliori e sempre più utili ne prenderà il posto?

Un autore di fantascienza, cinematografico o letterario che sia, ipotizza futuri possibili sulla base di cognizioni presenti, arricchendo la sua trama della possibilità che qualcosa non funzioni come dovrebbe, e cercando di immaginare come l'uomo si potrebbe dare da fare per riprendere il controllo della situazione. Il problema è che questa prospettiva di una tecnologia sempre più avanzata che precorre i tempi faccia veramente paura

Meglio allora fermarsi un attimo: ma non a riflettere, sarebbe troppo faticoso, meglio buttarsi su generi più facili. Laddove si poteva fantasticare di cose idealmente realizzabili, la tecnologia non solo era capro espiatorio di tutte le colpe dell'umanità, ma era anche risolutore unico di tutti quei problemi che via via andava creando. Dove però la fantasia termina, lasciando spazio all'inequivocabilità della possibilità di realizzare un progetto, ecco che la fantascienza non dà più certezze, né sicurezze. La maggioranza non si accontenta più della religione tradizionale per risolvere i porpri problemi di coscienza, altri pensano che la scienza è solo in grado di creare problemi ma non di risolverli: ed ecco allora la magia della mente dell'uomo ritrovato, la riscoperta di quelle potenzialità presunte ma mai effettivamente in maniera scientifica provate che possono permettere di sviluppare quelle abilità e competenze assolutamente impensabili ma tipiche di un superuomo contemporaneo, alla ricerca di un nuovo rapporto con la natura e con gli altri esseri umani.

In che modo avverrà tutto ciò? Sorpresa, ma forse la sorpresa sarà brutta, nel senso che la new age propone ma non dispone; e nei confronti dell'incomprensibile sfodera una soluzione tanto esoterica quanto aperta a tutto ciò che non è scienza, e quindi difficilmente riconducibile a regole che ne possano garantire la riproducibilità. Non la volontà di risolvere dei problemi dunque, ma di accennarli e fuggire, alla ricerca di un'isola che non c'è. E se non c'è, perché porsi il problema di andarla a cercare?


"DUNE"

 

In ambito letterario si tende a far coincidere la nascita della letteratura di fantascienza con la rivoluzione industriale, e quindi con la crescita di consapevolezza circa lo sviluppo del pensiero scientifico e tecnologico. Nessuno sa se questa evoluzione sia destinata a terminare, ma è questo il presupposto da cui parte "Dune" .

Non è facile dare spessore in poche pagine ad un'opera che nasce come trilogia, si prolunga in esalogia, e soprattutto sulla quale si è speculato solo grazie ad un flop cinematografico. Anche perché "Dune" non è un'opera da vedere solo con gli occhi.

Il suo autore, Frank Herbert (1920 - 1984), era un personaggio dall'attività decisamente eclettica, il cui unico filo conduttore è sempre stata la scrittura. Dal suo svariato numero di lavori, egli traeva sempre delle esperienze vissute da riproporre poi nei suoi romanzi: famosa è infatti la sua esperienza con droghe allucinogene per capire effettivamente cosa si provava, e conseguentemente poter descrivere meglio la trance da droga . Addirittura, sulla base di alcuni studi poi utilizzati nella sua opera riuscì ad attivare una fattoria completamente autonoma (tuttora esistente e di proprietà della seconda moglie e del figlio Brian), che sfrutta semplici principi ed impianti energetici alternativi .

Grande sperimentatore, dunque, ma anche grande teorico: l'avvicinarsi agli studi psicologici e sociologici, in particolare alle teorie behaviouriste americane, lo aveva portato a prendere alcuni temi in esame, studiandoli a fondo, sviluppandoli ed idealizzandoli, per concretizzare comportamenti ed atteggiamenti in quadri di riferimento comprensibili. In questo senso è assolutamente particolare il romanzo "La barriera di Santaroga" , dove Herbert parte dal presupposto che uno dei fondamenti della teoria sociologica di Karl Jaspers sia valido, non in quanto teoricamente ed empiricamente dimostrato, ma in quanto nel romanzo un'intera comunità è soggetta ad un avvelenamento costante da una sostanza che annebbia le menti e che porta i personaggi ad agire in un determinato modo . Anche in "L'alveare di Hellstrom", Herbert sfrutta non solo teorie comportamentiste ed etologiche, mettendo a confronto diretto la diversità del comportamento umano e di quello degli insetti, ma tenta anche di costruire un ambiente umano partendo dal mondo degli insetti, secondo una revisione dell'idea Darwinista di evoluzione della specie4 bis .

Ma "Dune" è qualcos'altro. Se nelle sue opere Herbert sviscerava sempre un tema, una problematica, cercandone il maggior numero di prospettive diverse, in "Dune" lo stesso tentativo si ripropone ma non per un singolo aspetto sociale, bensì per tutti quegli aspetti che coinvolgono l'esistenza di un intero sistema planetario. Questo romanzo si pone dunque come una ricerca, un tentativo di dare un senso alla vita umana in parte in quanto tale, ed in parte in quanto piccolo (insignificante?) anello di un sistema ecologico molto più vasto.

E il tutto nasceva non per caso, ma da un'idea il cui sviluppo si fece più ampio del previsto. Negli anni '50 ad Herbert venne chiesto di occuparsi di un progetto ecologico : il suo compito era quello di osservare un esperimento che avrebbe dovuto modificare nel tempo il tasso di umidità di una porzione di deserto del Texas, al fine di renderlo adatto ad alcuni tipi di coltivazione.

A quel punto Herbert si chiese: "Che cosa succederebbe se invece di un piccolo pezzo di deserto avessi a disposizione un intero pianeta?" .

Fantaecologia, dunque: e fu Arrakis, il pianeta delle dune. Un pianeta arido, senza vegetazione, che diventa il terreno di sfida di un ecologo, che purtroppo non ha il tempo di portare a compimento la sua opera.

Ma ad Herbert non bastava: aveva bisogno di un pianeta arido si, ma popolato. Ma quale popolo avrebbe potuto vivere su di un pianeta simile, e con quale motivazione? L'autore dunque si gettò in una ricerca sull'unica popolazione nota in grado di vivere in un ambiente pressoché desertico: la popolazione araba, con tutte le convulsioni religiose che da secoli la contraddistingue. Fantareligione: e furono i Fremen, con i loro riti e le loro profezie. Una popolazione per la quale l'unica vera moneta di scambio è l'acqua, una componente vitale quasi completamente assente dal pianeta.

Ma la cosa non era completa; ci voleva altro, sebbene ci fosse già la scusa per far sì che i Fremen volessero una mutazione ecologica: ci voleva un motivo per impedire il cambiamento. Fantabiologia, allora: e fu la spezia geriatrica, con la sua capacità di rendere veggenti e di allungare la vita. Il pianeta infatti è popolato da mostruosi vermi delle sabbie, i cui resti producono una sostanza, la spezia, che viene usata da una setta di donne che cercano la purezza della razza attraverso accoppiamenti mirati, e da esseri umanoidi che la utilizzano per navigare nello spazio.

A questo punto mancavano solo i contendenti di tale bene prezioso, un sistema di governo che in qualche modo regolasse la vita dell'intero sistema planetario sul possesso di tale sostanza (anche se leggendo tra le righe il romanzo diventa un riferimento storico reale nei confronti della politica americana di quegli anni). Fantapolitica e fantaeconomia insieme: e furono i buoni (relativamente tali) e i cattivi (a volte scusabili, se si decide di fare di necessità virtù).

Ma se "Dune" nasceva nella mente del suo autore con l'ipotetica fine della tecnologia, non poteva non considerare quell'aspetto antropocentrico che avrebbe visto l'uomo sostituire le macchine. Forse un regresso tecnologico, o forse una miglioria non prettamente fantascientifica: e i Mentat furono, uomini addestrati a sostituire in tutto e per tutto il computer grazie a sostanze particolari e ad un super allenamento mentale.

Ed infine necessitava un aspetto globale, che li comprendesse tutti in un insieme organico senza privare nessun aspetto della propria dignità ed importanza: la società con le sue regole (frangibili), la sua etica (relativa) e la sua morale (discutibile) che dava modo ad Herbert di approfondire il discorso iniziato tempo prima sulle teorie comportamentiste. Fantasociologia: e fu il Bene Gesserit, una setta di donne che cerca di tirare le fila del governo, mediante un accurato piano genetico, per costruire una società ideale.

A questo punto Herbert decise di riposarsi e nella sua demiurgica mente, piano piano, il tutto prese forma .

Questo vasto impianto è tuttavia strutturato in una forma assolutamente omogenea ed accessibile: non siamo di fronte ad un dizionario enciclopedico rigidamente schematizzato, tutt'altro. Quasi ad imitazione di uno stile più fantasy che science-fiction, "Dune" viene proposto come storia accaduta in un futuro che è ormai già passato. Tutti i vari aspetti infatti sono amalgamati in una struttura narrativa cadenzata da commenti postumi a ciò che si andrà a narrare. E spesso l'accento si pone proprio sulla falsità del commento: forse non proprio fantastoria, ma piuttosto una critica a tutte quelle cronache che vengono scritte da contemporanei non per narrare la realtà del fatto accaduto, ma perché la memoria storica necessità che lo si registri in un modo ben preciso. E tutto sommato il feudalesimo non ha nulla di fantastico, anzi: la società in cui il romanzo si svolge viene datata intorno all'anno 10.000 a.b. (after Buthlerian Jihad), cioè dopo la guerra santa butleriana, che aveva portato la distruzione delle macchine pensanti. E qui il richiamo al movimento luddista è forte. In realtà, il luddismo nell'Inghilterra dell'Ottocento nacque nel timore che le macchine rubassero posti di lavoro agli uomini, mentre la paura diffusa nel sistema planetario a cui Dune appartiene è che la macchina pensi al posto dell'uomo. La differenza sembra sottile, ma è importante, in quanto attraverso una serie di indizi sparsi nei sei libri, e in tutta una serie di pubblicazioni attinenti agli accadimenti di Dune, si evince che Arrakis e la Terra potrebbero essere lo stesso pianeta. Se così fosse, si potrebbe datare l'anno zero di Dune con il nostro 1800 d.C. circa, ma in realtà i presupposti della lotta contro la macchina sono diversi. E c'è un altro neo, che potrebbe avvalorare l'ipotesi che l'esperienza terrestre sia solo giunta su Dune attraverso altri mezzi, che non il naturale prolungamento nel tempo di una stessa massa planetaria: nelle prime sequenze del film, viene mostrato un sistema solare in cui si vedono i principali pianeti che poi saranno interessati allo svolgimento dei fatti, ma in questo schema non si riconosce il nostro sistema.

La prima perplessità che nasce in un lettore attento si riferisce al fatto che "Dune" dia più importanza all'aspetto mistico-fantastico di questa società particolare, piuttosto che all'aspetto tecnologico, e che sia dunque più riferibile alla corrente eroic-fantasy. In realtà, il fatto che il romanzo si riferisca al movimento luddista, serve solo a giustificare una politica di controllo ben precisa, non necessariamente condivisa in tutto l'impero. Non a caso la tecnologia è presente ed impera in particolari ammennicoli, quali globi luminosi, cercatori-assassini, rivelatori di veleni, astronavi; addirittura, in un intero pianeta vi è una setta (il Bene Tleilax) preposta allo studio di tutto ciò che è tecnologicamente utile. E' altresì vero che è strano vedere in un romanzo di science-fiction la costruzione minuziosa ed accurata di un mondo particolare che sta attraversando una sorta di nuovo umanesimo. Se infatti il Mentat, in quanto computer umano (forse un novello Pico della Mirandola), rappresenta il simbolo di questa corrente, l'ambientazione tetra e feudale dell'assetto sociale non può fare altro che rappresentarne la giusta nascita. Senza contare che le crescenti smanie demiurgiche di alcuni personaggi dell'opera bene si sposano con l'immagine che Herbert aveva di sé stesso nel momento in cui scriveva il romanzo.

Momento peraltro alquanto lungo: l'idea infatti nata negli anni '50 prese una certa forma intorno al '53, ma fu il '57 l'anno decisivo in cui la storia si sviluppò in tutti i suoi aspetti. Se consideriamo poi che la prima edizione risale al 1962...

Il fatto è che gli aspetti di "Dune" sono veramente tanti, ecco perché viene spontaneo chiedersi se "Dune" sia veramente quel capolavoro che molti hanno acclamato (molti in America, considerato che "Dune" viene adottato come testo di lettura in molte scuole superiori, pochi in Italia) oppure se sia solo un'accozzaglia di idee caratterizzate dalla mancanza di approfondimento tipica del "mordi-e-fuggi" della cultura americana. Probabilmente entrambe le considerazioni hanno qualcosa di vero, nel senso che alcune cose sono assolutamente vere, approfondite, sperimentate; altre sono narrate in maniera credibile; altre sono palesi forzature. Ma ciò non toglie che sebbene "Dune" non dica nulla di nuovo, Herbert utilizza la materia grezza per darle una nuova forma, garantita anche dall'utilizzo particolare del linguaggio sperimentato secondo alcuni canoni stilistici nuovi eppure molto attuali . E il linguaggio per Herbert è sempre stata una sorta di ossessione: non linguaggio in quanto parola, ma linguaggio in quanto insieme comunicativo verbale e non verbale, in quanto aspetto di primaria importanza per il risveglio delle coscienze assopite. In un intervista rilasciata dopo la pubblicazione del secondo libro9 bis Herbert spiegava come egli sentisse la necessità di far sì che la gente venisse coinvolta dal suo libro in maniera tale da rendersi conto che buona parte di ciò che leggeva e credeva fantasia in realtà fosse solo una vita comune tinteggiata con colori diversi: e questa cosa dal suo punto di vista non poteva essere attuata da nessun altro mezzo di comunicazione. Solo la scrittura poteva giungere a questo scopo.

Nel caso di "Dune", quindi, il problema si pone in questo senso: dovendone scrivere una recensione, da dove si può partire, per non banalizzare gli intenti dell'autore? Che è un po' sempre il problema di tutte quelle opere che per lunghezza e complessità tendono a non essere schematizzabili in quadri di riferimento comuni .

Un riassunto della storia si potrebbe anche tentare, se si decidesse però di elidere buona parte del sistema dei personaggi; oppure si potrebbe cercare di partire dall'assetto sociale e politico, se però si prendesse in considerazione solo Arrakis, evitando tutti gli altri pianeti del sistema coinvolti nella storia. Oppure si potrebbero vedere le varie teorie sociologiche, prescindendo però dai problemi della storia... E tutto questo solo per il primo libro.

Ma un romanzo come quello di Dune, che forse è banale nell'idea sfruttata già da molti e condita da un amore vero e casto come solo il puritanesimo americano degli anni Sessanta poteva raccontare, è non banale ed estremamente organico nella molteplicità di prospettive che danno un'idea globale di un intero periodo. Dune sembra effettivamente la cronaca di un'epoca storica lontana, avvalorata da notizie, pubblicazioni, libri di riferimento sulla storia accaduta: Manzoni ce l'aveva fatta lo stesso, con un documento anonimo ...

Il problema è che Dune non è stato argomento di uno studio organico: innanzitutto il fatto che si tratti di un'opera costituita da sei libri (l'ultimo dei quali peraltro scritto a due mani con il figlio, in quanto Herbert era già gravemente ammalato) mette nella condizione di fare una scelta: il primo, i primi tre, i primi cinque? Oppure addirittura tutti e sei? La critica americana tende a fermarsi ai primi tre, come se questi concludessero un ciclo a parte; critiche e recensioni in Italia si fermano al primo. E l'errore grave che viene commesso è di fermarsi prima di tutto al film. Se infatti c'è un'opera che risulta fuorviante nei confronti del libro, questa è il film: non nella trama naturalmente, ma in tutta quella piccola serie di malizie, di rituali, di gestualità e di pensieri sottesi che non possono essere tradotti dal linguaggio cinematografico. Guardiamolo però, questo film: l'ambientazione, l'assetto sociale, l'attraversamento dello spazio nell'immobilità del tempo sono tutti effetti particolari e assolutamente coerenti con la narrazione; ma guardiamolo dopo aver letto "Dune". E' l'unico modo per renderci davvero conto della potenza della parola nei confronti dell'immagine.

Dopo la morte dell'autore, ci si è sbizzarriti nel ricercare racconti, opere più o meno note (e anche più o meno riuscite) dello stesso autore. I più apprezzabili sono contenuti in un'antologia intitolata "La strada per Dune", anche se ai cultori della lettura in lingua si consiglia "Soul Catcher"11 bis dal quale si evince il primo studio che Herbert fece sul personaggio che poi diventò il personaggio principale di "Dune". Ma forse la pazzia più grande anche se non originale, è stata fatta da due autori, Willis e McNellis, che hanno addirittura pubblicato un dizionario enciclopedico che prevede tutte le parole ed i simboli presenti nell'opera, da come costruire una tuta distillante a come creare una profezia religiosa .

Buona lettura, dunque: e poi fateci sapere come è andata la visione.