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L'INCONTRO
Aveva una zampa staccata, trattenuta al resto del corpo da un nastro di pelle residua. Il vociare all'intorno era un coro di grida selvagge. Lui pensò:"E' finito." Non era così e mentre l'altro cane spiccava un salto per piombargli addosso, Krob ebbe uno scatto improvviso di tutto ciò che stava in equilibrio sulle tre zampe e gli addentò il ventre. In un secondo o forse solo la frazione di un secondo, ma quanto bastava per dare il senso di nausea di qualcosa che attanaglia lo stomaco, i cani furono coperti di sangue, un sangue denso che fiottava in abbondanza e li rendeva irriconoscibili uno dall'altro, identici. Adesso era il silenzio improvviso sull'immobilità inattesa dei due corpi avvinghiati e gli uomini scavavano con gli occhi in quell'ammasso sanguinolento. Non era curiosità sadica. Lui lo sapeva, lui che era tra gli altri sapeva che era puro interesse venale. Qualcosa si mosse là in terra. Qualcosa che forse era una testa, forse, qualcosa che poteva essere un cane o quel che rimaneva di un cane. "E' Kuni."gridò qualcuno. "Calma."disse l'uomo vicino a lui e gettò un secchio d'acqua sull'ammasso informe. Poi disse:"E' Krob. Quella croce sulla schiena gliel'ho marchiata io." Si trovò in mano un bel po' di soldi e bigliettoni frusciavano passando di mano in mano tra gli uomini ora contenti e ilari o che scuotevano il capo, seccati. L'uomo estrasse la pistola e sparò un colpo a quegli occhi supplicanti in quella testa scuoiata come un coniglio che era Krob. Tutti se ne andarono. Avrebbe voluto dire:"Potevi cucirlo, cribbio, lui ha vinto per te.", ma non voleva sentirsi rispondere:"Che me ne faccio di tre zampe ricucite come un pupazzo di stoffa?" Intascò i soldi. L'uomo disse:"E così domani tocca a te. In bocca al lupo, giovane, perchè scommetterò sulla tua testa."e uscì in una risata assordante, mentre i cani venivano portati via in una lunga silenziosa scia scura. E toccò a lui. S'infilò i guantoni e qualcuno disse:"Li ho rinforzati con dei chiodi, perchè quella carogna ha messo nei suoi roba pesante. Piantaglieli negli occhi." Intorno era una cerchia impaziente di sguardi che lo scrutavano e lo soppesavano, sguardi che andavano irrequieti da lui all'altro ragazzo. Vide l'uomo della sera prima, che gli fece un cenno e gettò una mazzetta di denaro sul vassoio davanti a lui. Volarono altri soldi sul suo vassoio e anche su quello dell'altro. Poi qualcuno battè le mani e tutti tacquero. Si alzò e avanzò nel terreno in cui l'anima è un lusso e la dignità una sensazione dissolta dinanzi a un piatto vuoto. Non era la sua pelle a valere tanto, ma la fame, la paura e la speranza di qualcosa di meglio portate al di qua di un confine fluido, che con tranquilla voracità poteva inghiottirlo. E furono di fronte, come due cani che si trovano muso a muso senza motivo, carichi di un odio che non gli appartiene e che sono obbligati a tirar fuori in sbuffi di furia schiumante. Qualcuno gli ripeteva sempre:"Mai pensare, picchiare e basta."e arrivò un pugno tremendo in pieno viso, che gli affondò punte metalliche nella carne, lacerandola e strappandola nell'allontanarsi. Barcollò e il clamore divenne insopportabile e il dolore lancinante parve soffocarlo. Il secondo pugno non lo vide nemmeno. Lo incassò sul naso, atroce, con lo scricchiolio del volto e un getto di sangue ad appannargli la vista. Capì di essere a terra, perchè i calci li sapeva riconoscere a occhi chiusi e si conficcavano nella sua carne indifesa. Strofinò un guantone sul viso e per un istante incrociò lo sguardo dell'uomo di Krob. Nel delirio di urla e agitazione, l'uomo era calmo e lo fissava impassibile e inespressivo. E l'odio s'impossessò di lui, odio per quell'uomo, per tutti gli uomini che con manciate di denaro pagavano giochi crudeli. E ringhiò. Come soltanto lui poteva sentire in gola ruggire la propria rabbia e quando l'odore dell'altro gli fu vicino, troppo vicino, aprì la bocca e affondò i denti una volta, più volte, trattenendo e stracciando ciò che doveva essere parte di un uomo tanto disgraziato da trovarsi lì nel suo morso. Lo sentì gridare e tempestargli la testa e la schiena di pugni sempre più radi, sempre più lenti, finchè, come in una danza macabra, girò su se stesso adagio, comprimendo il ventre coi guantoni insanguinati, curvandosi e accasciandosi, contorcendosi in un lamento inudibile. E fu un boato. E lui continuava a guardare quel corpo rannicchiato e non riusciva ad alzarsi e di nuovo incrociò lo sguardo dell'uomo, che sorrideva. "Io."pensò"Io." Manciate di bigliettoni vorticavano di mano in mano e lo vide venire avanti, lento e soddisfatto. "Forza, giovane."disse"Ti rimettono in sesto." Strizzò un occhio e aggiunse:"Vedi come ti va bene? Niente pistola, per te."e rise. Allora si abbandonò al marasma che ribolliva nel suo cuore forte e seppe che voleva vivere, voleva la vita che gli spettava. E puntò i pugni a terra e digrignando i denti lasciò che i gemiti uscissero, flebili e inascoltati, come il guaito di un cane. Giulia Lenci
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