Questa è la storia di pizzico lesto
che per graffiti finì in un progetto
Pizzica pizzica lui ci restò
e di una favilla s'innamorò.
Lei era fan di tutto graffiti
L'aveva guardato insieme ad amici
L'aveva sentito un poco lontano
ma le piaceva quel look così strano
Diceva che gente, ma guarda che fanno
Ci credono proprio, chissà dove vanno
Pizzico invece era un tipo duretto
Guardava distratto, s'impegnava di getto
Graffiti per lui era una staffetta
per scaldare i discorsi e la maglietta
Proprio un bel giorno
davanti a un bel libro
un profumo intenso
uscì dalla biro
Pizzico lesto si girò
e favilla
la bella favilla
notò e rinotò
Lui era preso dal tanto da fare
Lei da fuori pensava a studiare
Lui si diceva
Ma guarda che tipa
pensa che bello
averla vicina
Ma per timidezza o altro ancora
non una parola girava per scuola
E così un bel giorno, pizzico svelto
schioccò una carezza e divenne di gesso
Favilla chissà
non sorrise divertita
Imbiancò la lavagna
e si pulì le dita
Ma quando vide scritto
Che gioia, che gioia
Capì che Graffiti
Era quello e altro ancora
Con garbo e mitezza
invitò le compagne
a riprendere quel gesso
e metterlo da parte
Ma altri erano i tempi
Nuove le situazioni
Il gesso di adesso
è chiaro di colori
Ancora io nell’inestetismo maschile?
Aspiro all’apostolato
sulla viabilità del prato,
tra la camomilla
giallissima.
Non le deroghe alle deleghe
in forestazione,
la tartuficultura per diletto,
m’iniziano ad un cammino
di vita nuova
in cui invoco salvezza,
adesso.
Dal refrigerante a bolle con essenza di rosa
al contrasto termico che vi si sposa,
dal vapore che depura
la lavanda sporca,
l’esser rigenerato in bellezza
così, questa volta,
è una nevralgica svolta
per me
che m’imposta.
Sto sul propilene isotattico,
ben sagomato, sdraiato,
dall’esercizio aerobico
tonificato.
Ma tu… massaggiami, uh; frizionami, mm;
i tuoi cristalli su me, lo sfioramento che c’è!
Oliami col rosmarino, condiscimi col geranio,
spruzzami di timo, posa il cristallo.
Se il vigore del fegato è squilibrato,
per rabbia detenuta
dal surmenage dell’esser nato,
tra incensi e candele accese,
sotto i vortici del pendolino che scese,
io che dreno e smaltisco tutto
non mi sposso
e t’indico un punto:
«chi ti chiese in chiesa
di chiudere la porta
può iniziarti
ad una testimonianza di risurrezione
ancora una volta».
Volano le mosche all’eucalipto via
verso il gelsomino
e la maggiorana stantia.
Ma la vivaistica,
l’acquedottisca rurale,
è più inestetica di me:
ti pare?
All’anelata
gioia non paghi staremo sempre
Che effetto
incontrarti a spasso,
vederti contento,
energico,
sentirti
dire:
«noi giovani siamo rimasti in pochi».
E si
che tu hai 86 anni
ed a me
trentatreenne
colpisci.
Io
che sono uso a chiedere gazose
quando ti vedo
torno all’ora
in cui da te ricevevo
il terzo gelato della giornata,
penso a
quanto
mi ha voluto bene tua mamma.
È labile il
tempo
con l’affetto che ci unisce
così.
Quando
rientrerai dentro casa,
la tua vecchia casa
qui in paese,
non
sentirai più le pianelle
che ti si muovevano
sotto i
piedi.
Il pavimento rifatto
non è come la metro in
città
che ti fa tremare tutto.
Se vieni con me a
seder sulla panchetta
dove dipano la lana
parleremo di ciò
che ancora ci scontenta,
incerti su chi morrà per
primo.
Poi mi ammonirai di evitar le donne viziosette
che
fumano in pausa
e lasciano l’aglio in camicia
per non
impuzzirsi le dita,
com’è tuo solito.
Nel
cielo dei nomi concreti,
primitivi o derivati,
composti o
diminutivi,
indeclinabili o sovrabbondanti,
c’è
sempre un neologismo indipendente,
accrescitivo o
difettivo,
astratto o connettivo,
per dare un appagamento a
noi:
sincroni in età promiscue.