Il soldato

 

Riposa in pace corpo stanco e

sgomento.

 

Lascia che la memoria del dì

appresso si frantumi in mille

specchi e senza più pensieri

funesti dormi sepolto in un

 

campo di grano, concime di

rose e tulipani. Il fardello del

corpo morto e mutilato, abbandona.

Ormai mai più riveder potrai

 

i volti cari e i sorrisi noti di

color che ti hanno amato.

Furor d'impeto, furor d'odio

dimentica e redimi le facce

 

deformi di rancore e di paura

che ti han strappato alla vita.

Le tue colpe lavate dal sangue

son state redente. E mentre dormi

 

rammenta l'oblio ingiusto al

quale ti han costretto i ventri tondi

e le falangi grasse di coloro che

vollero l'eccidio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La candela

 

Rimembro ancora l'urlo

silenzioso di rabbia

e lo schietto color

della fiamma fredda

che pian piano va

consumando lo stoppino

e la candida cera liqueface,

annerendo le stille

che una ad una precipitano

nell'oblio

senza fondo

dell'esistere.

Lo stesso moccolo

or ora rivedo in te,

sul tuo volto pallido

affogato tra i cuscini

candidi. E ogni respiro

e ogni parola

e ogni singulto

e ogni lacrima

e ogni pianto

fuoriuscito

dallo scarnume

della tua faccia son

stille di vita

che si allontanano

da me, che son

nulla, da te che eri

tutto e sempre

più t'affogano

nel vortice infinito

del non essere.

 

 

 

 

 

 

 

 

Al tramonto

 

Al tramonto del dì

appresso non s'odero

più voci umane,

ma un lamento nero

di madre. Ancor,

il corpicino esangue

portava in grembo

e in quegli occhi ciechi

ricercava il fior della

fanciullezza caduto.

Ancor ora, dopo

molti tramonti,

il lamento nero della

madre risuona

tra le croci,

le lapidi

e gli aromi di crisantemi.

La dove aleggiano le

anime di chi fu

parla al cenere muto.

Piange silenziosamente

e aspetta che la

falce funesta

la colga. Il lamento echeggia

ritmato dalla grigia

pioggia novembrina...

Un profumo di morte

si spande e tra i

cadaveri tumefatti,

brutalmente giustiziati,

si fan spazio i volti

della morte. Il passo

grave e gli occhi carichi di paura.

 

La falce recide di netto,

getto nell'oblio.

 

Il lamento cessa

d'improvviso, la pioggia cade,

 

la notte scende, il passo grave

riprende il suo cammino.

Una foglia trema,

si stacca dal ramo,

aleggia, cade...

 

Quanta pace or ora ritrova.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una foglia

 

Il ricordo dell'alba

ancora vicino,

rincorre il tramonto.

La notte cala,

s'alza il vento.

 

Odi ? Tra le fronde

sfugge, solletica,

ritorna, un vortice,

corre lontano.

 

Ora l'odi ? Si fa più

impetuoso. S'avvicina, fischia,

le assale, le

porta lontane, le

strappa, le

scuote, le

getta sul terreno

umido e freddo.

Solo una resiste, sfugge,

ad uno,

a due, a tre attacchi.

 

Resisti. Non farti

sfuggire l'occasione,

resisti.

 

Il vento è bufera,

soffia carico di

rabbia e indifferenza.

 

Resisti. Ti prego, resisti.

 

Il picciolo si recide,

la foglia abbandona la presa,

volteggia, scende leggiadra,

s'adagia sul manto della campagna.

 

 

 

Odi ? La notte scende,

la bufera si placa,

lontana sfugge, indifferente.

Quale altra foglia starà

ora strappando al ramo ?

 

 

 

Il pescatore

 

Ed ecco giunse verso

noi tra i flutti

celesti e le bianche schiume.

 

Una luce dalle candide

vesti, baglior divino,

baglior d'amore.

 

Tra noi si pose e narrando

come in un mondo nuovo c'istruì.

Come giunto partì e mai più l'udii.

 

Molti lo seguirono, ma

io ne ebbi paura e su

Tiberiade stanca

 

giorni rimasi meditando

quegli occhi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Neve

 

Soave cade: candide

parole taciute,

odi silenziose.

 

Si posa: non un

grido, non un

lamento, dolci

sentimenti racchiusi,

amori inconfessati.

 

Si accumula: tacendo

ode, sorride, a volte

una lacrima, mai un

lamento, mai un

grido.

 

Si scioglie: silenziosamente

piange, tenacemente

cerca la vita, rassegnatamente

si lascia accarezzare e,

dove venuta, ritorna,

senza una traccia,

solo un ricordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vento

 

Sferza, sibila, canta,

s'insinua, svicola,

urla. Una accozzaglia,

un turbine, un tormento,

un cattivo pensiero,

dolci parole, rocambolesco

amore, spregiudicato

gioco.

 

Sprezzante s'avvia, non un

cenno, non un

saluto, ritorna,

solletica, ride.

 

D'improvviso s'adagia:

riflette, non s'ode più.

Un triste addio, un vecchio

incontro, una morte.

 

Ma eccolo riappare,

giungendo da lontano,

ti coglie d'improvviso,

ti inebria. Di laggiù

più lontano sale.

 

Attesi a lungo il suo ritorno.

Abbandonato rimasi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La poesia

 

Sui banchi di scuola,

tra l'endecasillabo e

l'esametro l'incontrai.

Come un saggio vecchio

presomi per mano mi

condusse.

 

Su di un mare tempestoso

navigai e per

lunghe polverose strade

mi trascinai, ma dopo un

lungo rimirar davanti

mi apparse come visione

celestiale.

 

Tutto aprii e scoprii e

nuova vita incantato

vissi.

 

 

 

Un amore

 

Sbocciato l'amore,

un lungo silenzio fra noi

si sciolse, gli sguardi appena

s'incrociarono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un vecchio

 

Poggiato con la schiena

ricurva stava ad una

quercia. Tanti anni poi

non li separavano

e il peso della vita

gravava sui rami come

sulle membra cadute

d'un vigore giovanile.

Le burrasche entrambi

della vita segnavano.

 

Ma una lacrima riga il viso

s'insinua tra le rughe, scende

fino al mento cade a terra.

L'amor suo giovanile perduto

e sepolto tra le radici, piange

ricordando il tempo che sulle

spalle sue grava e i momenti

bei felici trascorsi.

 

Mai nessuno la quercia

piangerà e tutti i suoi secoli

cari, per ombra solo

diverranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piove

 

Piove. Anche qui piove,

ma non sulle tamerici

salmastre ed arse

né sui mirti divini

né sulle coccole aulenti,

ma sulle strette strade

polverose, sulle viti

dai tralci arrugginiti,

sulle catapecchie.

 

Piove. Piove sulla gente,

ma nessuno si chiama

Ermione, e nessuno

si innamora. Ci si rintana

nei propri buchi, si

vive la mediocrità e

nessuno pensa che là

fuori sta piovendo.

Eppure piove.

Come in quel luogo

come allora.

 

 

La finestra

 

Dalla finestra sul

cortile scrutavo il

mondo per me appena apparso.

 

Le foglie cadute

il bianco sui ciottoli

il grigio delle nubi

la lunga catena

solitaria sentinella

pariva e spariva

come in una visione

 

Dalla finestra sul

cortile scruto il

mondo per me cosa incompresa

La comare

 

Apparsa dirimpetto alla

porta a vetro del negozio

iniziava il suo canto:

 

uno stridulo aspro e salmastro,

un accozzaglia di chiacchiere

gettate al vento, carte sul ciglio

di una via.

 

Vibrando ritornava rombante

nuove odi al suo orecchio esperto

giungean e sole come lei

le sue grida roteavan nella bigia

mattina, intravista tra la porta

a vetro di un negozio

 

 

 

L'ultimo libero

 

Come una rosa del deserto

a sfida degli anni e dei giovani

veloci, capomastro del fuorigioco

e dell'anticipo a stroncare la folgore,

regge, ultimo baluardo, ritto in mezzo alla difesa. Lui che degli anni sulle

spalle ha saputo fare esperienza e

sfoggio più ora che mai.

Lui che dei colori ha fatto una fede

e non un'economia.

Lui, le sue ciglia infinite e i suoi

boccoli di seppia nel blu intenso

dell'estate spagnola

 

 

 

 

 

Un pianto

 

Un pianto risuona lungo la valle

corre su un fil di voce un urlo spezzato

geme chi colpito al cuore rincorrendo

 

la vita. Il corpo esangue brutalmente straziato esalando l'ultimo respiro,

si aggrappa alla vita...e i rimpianti e i

 

pensieri funesti e ogni cosa del

mondo l'avvolgono. Tra i vapori

leggeri il corpo avvolto nel sudario

 

giace. Nessuno l'accoglie solo i

bianchi gigli sulla fredda pietra posti,

voluti dall'anima gentile che

lo colse straziato nel campo scuro.

 

 

 

Il Fenomeno

 

Brilla di sudore il

cranio bruno rasato.

Come mosso da brezza

sfiora la sfera,

la conduce, fra

guglie e conci,

volando tra il gotico,

armeggiando tra i

fini drappi, roteando

l'intorno sfugge e

giunge saetta nei

pressi dell'estremo.

Si staglia il candido

sorriso nel cupo

S.Siro, e vola nel

verde intenso.

 

 

La formica

 

Goccia un geranio,

le foglie purpuree

solcate, più rosse

si fanno.

 

Sul selciato bruno,

una piccola formica

s'avvicina, s'adagia

sul sole mattutino.

 

Goccia il geranio

avvolge la formica,

la liba inebriandone

la fine essenza.

 

Sul selciato solletica

il sole, solcate

le foglie le gocce

evaporano.

 

 

 

La donna

 

Gli occhi incastonati

come gemme; candido

il viso, fini i lineamenti.

 

Tondi i seni materni,

delicate e sottili le

membra pallide.

 

La bocca vermiglia e

polposa come mela

appena colta.

 

 

 

 

Sogno in una notte

di mezza estate

 

Sogno in una notte

di mezza estate,

 

pallida e argentea

la luna entrava dalla

finestra sul cortile

 

guardava assorta

il corpo morbido

sul letto nella stanza

 

e gettato un canto

sommesso si rannicchiava

accanto

 

lontano, distante,

strano, sconosciuto

scivolavo leggero

frusciavo silenzioso

sciabordavo con un

gorgoglio taciturno

 

come solo in una

notte di mezza estate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La clessidra

 

Come in clessidra

si sta dentro e tutti

l'uno il mattino pianto

l'altro nella notte scordato

si cade nel vetro di sotto.

 

Tutti inesorabilmente caduti

si sta soli più giù di

quanto si potea pensare e

nemmeno il pianto si scioglie

nel goglio per l'arsura spessa

e secca della sabbia arsa

 

 

 

 

Lungo si stagliava...

 

Lungo si stagliava il

sentiero nel folto del

verde come sommerso

dal gorgogliare della

cascata, mi assopivo

assorto e meditando

il tempo trascorrea

su di me.

 

Levigato come

la selce sul sentiero

solcato dal gorgogliare

cadente mi ritrovavo

come foglia d'autunno

caduta.

 

Nemmeno ho potuto

prender parte, urlai e già il buio mi avvolse

 

 

 

Io, di mio,...

 

Il nulla non mi suona

come dolce melodia,

né lo sputo di cane

come sentimento amaro,

mi par grato.

 

Io, di mio, credo nel

bello, e nell'uomo e

nel suono che senza svestire

l'armonia scivola leggero

e scioglie il palato e il

timpano al supremo.

 

Io, di mio, sento più

vitale la morte che

sussurra strane e silenziose

sensazioni che le lingue

ormai morte e decedute

di bello cantate ma assai

poco di grazia a me quasi ispirano.

 

Perdonate di me il pessimismo,

ma di mio io non credo in quel

che verrà, credo nella certezza

seppur astratta di quel che mi ha

toccato, e cerco estenuante,

prima che fugga, ciò che mi ha

portato fin quaggiù.

 

Io, di mio, cerco una parte

sul cor della terra, cerco

un ritaglio di storia, nella

memoria, così par mia

l'epopea di Gilgamesh.

 

 

 

 

 

Il corso

 

Gettato sul selciato bruno

accanto al bistrot fulgente,

stava un gomitolo di stracci.

La mano nera un unico

tesoro tratteneva, quanto

lauto pasto. Accanto a lui

il giaciglio per la vita, un

cartone oscuro inzuppato

e su di lui il quotidiano

datato.

 

Qualche sprazzo di neve

annerita giaceva triste ai

lati del corso, cadeva

l'inverno e timido il sole

cresceva pallido lontano.

 

Sempre elegante si svegliava

il corso superbo: luci accese,

aroma di pani caldi e i primi

imbellettati entravano fuori

e dentro. Ignaro, superbo

seguitava il corso, indignato

quasi dalla presenza del

gomitolo di stracci.

 

S'allontanava il bistrot fulgente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un ramo

 

Spezzatosi il ramo

cadeva intirizzito

dal freddo giaceva

solitario sul terreno

brullo suonava la

tramontana fresca e

avvolgente e d'un

sospiro si spandeva

per l'aria grigia

accanto il sole

pallido schiudeva

i suoi raggi memore

dell'estate appresso

moriva silenzioso

 

 

 

 

La gatta

 

S'allontana, saetta,

s'arrampica, scivola,

s'osserva stupita in

uno specchio d'acqua

rugiada.

 

I baffi cadenti dalle

stille che sulle

punte sbocciano

 

Gli occhi tagliati

scrutano verdi e

intensi, ammagliano,

stupiscono, tradiscono

 

Lungo, morbido e

flessuoso il corpo

si forma

 

Lucido delicato e caldo

l'avvolge e lo modella

il pelo soffice e accogliente

grembo materno.

 

 

 

 

 

 

 

Pioggia

 

Una stonata melodia

di lassù sale, s'adagia

sui cerulei nembi

ticchetta, s'ode più

forte s'avvince e

si scaglia d'un rombo

sordo.

 

Fine, lieve, rumorosa

d'una candida incosciente

presunzione cade.

 

Scende, s'insinua, liba,

scivola casca senza tonfo.

 

Solo un grido superbo

sale, vola, ritorna, segue

inesorabile.

 

Ticchetta rumorosa.

 

Pallido e assorto ritorna

con braccio caldo,

si fa spazio.

 

Evaporano silenziose e

meste le piccole stille

di cielo.

 

Sulla sedia nella...

 

Sulla sedia nella cucina

fumosa, poggiata dirimpetto

alla vecchia singer,

mi riconduci.

 

Sul selciato bruno tra

il gocciare del geranio

e i rintocchi dell'

austero campanile.

 

Nelle bigie mattine

intraviste da un vicolo.

 

Poggiata sul comò

nell'argento lucido,

ormai non ci sei più.

 

Sorridi e m'abbracci

nell'argento vivo sul

comò, ma ormai non sei più

 

Scruti distante e spenta

ormai non ci sei più

 

Lo sciabattare scivoloso

nella casa natale non

s'ode più,

ormai non ci sei più

 

Nelle calde mattine estive

d'ozio, non giungo più

a te, perché ormai

non sei più.

 

Vuota nella casa sale

l'odore di chiuso,

buia nella casa la polvere

s'accumula,

silenziosa nella casa le piante

cadono.

Sola nella casa riposi

d'un sonno eterno,

solo nella casa son rimasto

ormai non ci sei più...

ormai...non sei più

 

 

 

 

Il Pirata

 

Scatti d'un solo balzo felino.

Saetti d'improvviso come folgore

appena apparsa o come ciglio

battuto.

Solo un sibilo nel silenzio

della fatica e una scia rosa, gialla,

verde o variopinta.

Attoniti i contendenti. Increduli

gli spettatori.

Un solo frullo d'ali e vola il berretto

la bandana e gli occhialini e d'uno

slancio elegante, simile in potenza a

pantera fulgente, simile a scricciolo

in timidezza, simile in eleganza ad

albatros in volo, simile ad un Policleto

in bellezza e perfezione, t'alzi sui pedali

e senza gettare sguardo in poppa leggiadro e silenzioso fin sull'eterno

infinito spazio argenteo.

Digrignato il volto dalla fatica e argenteo il cranio lucido, giungi fin

all'estremo punto. Chiudi gli occhi

lasci il manubrio ti riporti in posizione

eretta e lasci che la brezza ti porti leggera, come leggero sei giunto.

Riposa, pirata, solcasti il tuo mare

argenteo e tante genti per la gioia

feci piangere e sognare.

Riposa, ora, tornerai a navigare.

 

 

Inverno

 

Scarne

braccia

nude

Verso

il pallido

sole

protese

 

 

 

 

Ricordo

 

Dorme sepolto fra le

pagine del tempo.

Nel mio pensiero

un ricordo lontano.

Canto nell'oceano infinito.

 

 

 

 

Quando&ldots;

 

Quando sarò una

mattina d'autunno

uomo sulle ali del tempo

giungerò là dove

i porti oramai

sepolti brulicano d'altra

vita, e le stille di

piogge argentee saranno

cristalline, e d'una melanconica

melodia vibrerà l'aria.

 

Quando sarò una

sera d'inverno,

vecchio, tra le fronde dei

cipressi al vento vibrerò

Gravida foglia

autunnale.

Fiumi di livide

acque cadute nel sole

del mattino, cristalline.

 

Quando un giorno

non sarò

odi il mio canto

perso nelle smunte

parole di queste righe.

 

Quando non sarò&ldots;

 

 

 

 

Nebbia

 

Avvolge d'un solo soffio.

Si spande in ogni dove.

E quatta silenziosa,

essere pensante, s'adagia.

Pallido mistero.

Viso all'orizzonte.

Lunga via nella sera.

Illusione senza forma,

senza fine.